Giocare non è da nerd: è da esseri umani

Da Catan alla Settimana del gioco in famiglia: perché chi siede attorno a un tavolo con dei dadi in mano non ha bisogno di etichette.

Riflessioni sul gioco come bene comune

Prova a dire ad alta voce, la prossima volta che sei seduto attorno a un tavolo con amici o familiari, con una manciata di dadi in mano e una pedina da spostare: “Sto facendo una cosa da nerd!”

Probabilmente ti risponderanno con una risata. O con un “muoviti, è il tuo turno!”

Eppure il pregiudizio esiste, duro a morire: chi gioca ai giochi da tavolo viene ancora troppo spesso associato a un’immagine stereotipata — l’appassionato di fantasy, il collezionista di miniature, il frequentatore di community online dedicati a Dungeons & Dragons. Un’etichetta che vale la pena smontare, con calma e con qualche argomento solido.

Il modello tedesco: giocare è normale

In Germania il gioco da tavolo è, semplicemente, parte della vita quotidiana. Quasi la totalità delle famiglie tedesche gioca insieme almeno una volta l’anno — non per abitudine nerd, ma perché sedersi attorno a un tavolo con un gioco è considerato un modo naturale di stare insieme. La Fiera di Essen è la più nota fiera dedicata ai giochi da tavolo. Lo Spiel des Jahres — il premio annuale per il miglior gioco in Germania, giunto ormai alla sua quarantesima edizione — è seguito con l’attenzione riservata al Booker Prize o al Festival di Cannes. Un titolo vincitore può vendere centinaia di migliaia di copie, non perché lo comprino gli appassionati, ma perché lo mettono sotto l’albero le famiglie di tutta la nazione.

Non è un caso che i giochi più influenti degli ultimi decenni — da Catan a Ticket to Ride, da Carcassonne a Pandemia — siano fioriti in quel contesto culturale, o si siano affermati grazie a esso. Giochi progettati per essere accessibili, coinvolgenti, capaci di tenere insieme al tavolo un nonno di settant’anni e un nipote di dieci. Ogni anno in Europa escono oltre 1’500 nuovi titoli: un’industria vivace, trasversale, tutt’altro che di nicchia.

“Il gioco da tavolo non è un hobby di nicchia. È uno dei più antichi strumenti di socializzazione che l’uomo abbia inventato.”

Una storia lunga come la civiltà

Il Senet egiziano ha circa 5’000 anni. Il Go è nato in Cina almeno 2’500 anni fa. Gli Scacchi si giocano in ogni angolo del pianeta da secoli. I giochi da tavolo non sono un’invenzione della subcultura geek anni Ottanta: sono parte integrante della storia umana, praticati da faraoni e filosofi, mercanti e imperatori. Definire “nerd” chi gioca a un gioco da tavolo è un po’ come definire “nerd” chi legge un libro o chi va al cinema.

Il pregiudizio nasce, probabilmente, dall’associazione con certi titoli molto specifici — giochi di ruolo complessi, wargame con migliaia di miniature, dungeon crawler da quattro ore — che effettivamente attraggono un pubblico di appassionati profondi. Ma confondere la parte con il tutto è un errore logico prima ancora che culturale.

Il tavolo come spazio di incontro

Uno dei valori più profondi del gioco da tavolo è la sua capacità di creare uno spazio condiviso, fisico e mentale, in cui persone diverse si siedono allo stesso livello. Non ci sono schermi che separano, non ci sono algoritmi che filtrano. C’è un tavolo, delle regole comuni e il piacere di stare insieme.

In questo senso, il gioco da tavolo è uno strumento di democrazia sociale. Una partita a Dixit può coinvolgere una bambina di otto anni e sua nonna. Una sessione di Nome in Codice mette sullo stesso piano un ingegnere e un insegnante di lettere. Azul affascina chi non ha mai giocato a nulla di più complesso di un solitario, così come chi colleziona giochi da anni.

Il “nerd” non è il problema: lo è lo stereotipo

Intendiamoci: non c’è nulla di sbagliato nell’essere un appassionato profondo, nel conoscere ogni meccanica di ogni eurogame uscito nell’ultimo decennio, nel frequentare fiere specializzate e community online. Quella passione è preziosa ed è uno dei motori che fa crescere e innovare il settore.

Il problema è lo stereotipo in sé, che funziona come una barriera in entrambe le direzioni: esclude chi potrebbe avvicinarsi al gioco temendo di non appartenere a quel mondo, e carica inutilmente di un’etichetta chi ci vive dentro. La realtà è molto più semplice e molto più bella: chiunque può giocare, e chiunque ha qualcosa da guadagnarci.

“Sedersi attorno a un tavolo e giocare insieme è uno degli atti più umani che esistano. Non serve nessun pass d’ingresso.”

Cosa succede quando si gioca

La ricerca psicologica e pedagogica è chiara: il gioco stimola il pensiero strategico, la cooperazione, la gestione dell’incertezza e delle emozioni, la comunicazione. I bambini imparano giocando, ma non smettono di imparare da adulti — semplicemente cambiano il tipo di gioco. Un gioco da tavolo ben progettato è un palcoscenico in miniatura in cui si esercitano competenze che poi si usano nella vita reale.

E poi c’è qualcosa di più difficile da misurare ma altrettanto reale: il piacere. Il piacere di concentrarsi su qualcosa di circoscritto e chiaro, lontano dalla complessità del mondo. Il piacere di vincere e di perdere in un contesto sicuro. Il piacere di ridere con chi si vuole bene.

Aprire la scatola, aprire la testa

Se c’è una cosa che il successo globale del gioco da tavolo nell’ultimo ventennio ha dimostrato è che le etichette non reggono alla prova dei numeri. Milioni di persone in tutto il mondo giocano, e tra loro ci sono famiglie, coppie, colleghi, anziani, adolescenti, professionisti, artisti. Non sono tutti nerd. Sono, semplicemente, persone che hanno scoperto che sedersi attorno a un tavolo e giocare insieme è uno dei modi più belli per stare al mondo.

Quindi la prossima volta che qualcuno vi chiede se giocare ai giochi da tavolo è roba da nerd, potete rispondergli con una semplice domanda: hai voglia di fare una partita?

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