La soggettività nei premi ludici

Chi decide davvero qual è il “miglior gioco”?

Ogni anno, con l’arrivo delle stagioni dei premi nel mondo del gioco da tavolo — l’As d’Or – Jeu de l’Année, il Diamant d’Or, lo Spiel des Jahres, il Gioco dell’Anno, l’International Gamers Award, lo Spiel Portugal, ecc. — si accende inevitabilmente il dibattito: ma questi premi hanno davvero senso? Chi li vince merita davvero di vincere? E soprattutto… chi decide?

Nel gennaio 2023, la rivista francese Plato ha affrontato questa domanda con rigore e curiosità, intervistando i giurati di sette tra i più importanti premi ludici europei e americani attivi all’epoca. A tre anni di distanza, alcune delle voci citate non fanno più parte delle rispettive giurie — tra cui Bernhard Löhlein, allora portavoce dello Spiel des Jahres, e Paolo Cupola, ai tempi rappresentante del Gioco dell’Anno — ma le riflessioni che emergono dall’articolo restano di straordinaria attualità. Vale la pena rileggere quel dibattito con gli occhi di oggi.

Il miglior gioco per chi?

La prima domanda è apparentemente semplice ma nasconde una complessità enorme: cosa significa “miglior gioco dell’anno”?

Non esiste un gioco che sia oggettivamente il migliore. Lo ha sottolineato già nel 2023 Bernhard Löhlein, allora portavoce dello Spiel des Jahres, evidenziando come il premio riflettesse la prospettiva specifica dei suoi giurati — in termini di numero di giocatori, esperienza, contesto. Il concetto stesso di “miglior gioco dell’anno” è troppo astratto per essere definito in modo univoco, e le nomination bisogna considerararle importanti quanto i premi stessi (i giochi raccomandati, non solo i vincitori).

Ogni premio ha una sua identità precisa: lo Spiel des Jahres punta ai giochi accessibili al grande pubblico, il Diamant d’Or si concentra sui giochi “in stile tedesco” (con meccaniche più profonde), l’International Gamers Award premia i giochi multiplayer testati nel tempo. Il Gioco dell’Anno italiano, nato nel contesto del Lucca Comics and Games, valorizza il potenziale culturale del gioco come strumento sociale.

I premi “per appassionati” vs. i premi “per tutti”

L’articolo di Plato distingue chiaramente tra due grandi famiglie di premi:

  • I premi “per tutti”, come lo Spiel des Jahres e l’As d’Or, che cercano di raggiungere il grande pubblico e privilegiano originalità, leggibilità delle regole e accessibilità.
  • I premi “per appassionati”, che si affidano di più ai gusti personali dei giurati. Come ha detto Dimitri Perrier, co-fondatore del Diamant d’Or: “Non volevamo mescolare tutto per evitare conflitti di gusto — ognuno vota per il genere che preferisce.”

La soggettività: nemica o alleata?

Quando un giurato vota, quanto conta il suo gusto personale? La risposta, già nel 2023, è stata onesta: moltissimo, anche quando si cerca di arginare la soggettività con metodi matematici.

Il Gioco dell’Anno adotta un sistema a criteri espliciti — produzione, tema, meccaniche — ma il piacere di gioco pesa comunque. L’As d’Or costruisce dei database prima di arrivare a una selezione. L’International Gamers Award si affida a un sistema matematico elaborato da un professore universitario — il voto singolo trasferibile — progettato per minimizzare le anomalie e impedire manipolazioni.

L’American Tabletop Awards adotta invece un sistema di classificazione. Eric Yurko, suo rappresentante, apprezza che il sistema permetta di non escludere un titolo quando non si ha ancora un’opinione formata in merito.

Il consenso di gruppo: una soluzione?

Tutti i premi cercano, in modi diversi, di trasformare le soggettività individuali in una valutazione collettiva più equilibrata. La composizione della giuria è cruciale: servono persone con gusti diversi, ludotecari ed esperti, appassionati e talvolta anche neofiti.

Marie Serrano, giurata del Diamant d’Or, ha paragonato il problema a quello delle elezioni presidenziali: certi sistemi di voto riducono le polarizzazioni e danno una visione più fedele delle preferenze reali. Nicolas Maréchal, allora nella giuria dell’As d’Or, ha aggiunto: “La buona selezione è quella che crea frustrazione uguale per tutti i giurati. Nessun membro avrebbe scelto quegli stessi dodici titoli.”

Le critiche ai premi: sport nazionale (da sempre)

Ogni volta che viene annunciato un vincitore, fioccano le polemiche. Era così nel 2023, ed è ancora così oggi. I giurati la prendono di norma con filosofia: fa parte del gioco. Paolo Cupola, rappresentante della giuria del Gioco dell’Anno all’epoca dell’articolo, ha osservato che alcune critiche nascono da una incomprensione degli obiettivi del premio: un gioco che non vince non è necessariamente un gioco brutto, rappresenta semplicemente qualcosa che non rientra nei criteri di quella specifica giuria in quel momento.

Eva Szarzynski, giurata dell’As d’Or, ha notato che il consenso genera per definizione frustrazioniprima per i giurati stessi, poi per il pubblico — ma che è proprio questo processo collettivo a garantire che emergano giochi capaci di raccogliere un consenso ampio.

Una riflessione che non invecchia

Eric Yurko ha chiuso l’articolo con parole che, a tre anni di distanza, suonano ancora perfette: “L’idea che un gioco possa essere oggettivamente il migliore dell’anno è quasi ridicola. Adoro questa soggettività. Per me è la forza della critica.”

I premi ludici non sono — e non possono essere — verdetti assoluti. Sono istantanee di una comunità, di un momento, di un insieme di sguardi che cercano di raccontare il meglio di un anno di giochi. Le giurie cambiano, le persone cambiano, i criteri evolvono. Ma il dibattito sulla soggettività resta, vivace e necessario come sempre.

La prossima volta che il vostro gioco preferito non vince lo Spiel des Jahres… forse è semplicemente che appartiene a un altro target. E va benissimo così.

Fonte e approfondimento:

Unt’ Margaria, “Pour valoir ce que de droit. La place de la subjectivité dans les prix ludiques”, in: Plato Magazine, n° 152, Janvier/Février 2023, pp. 60-64.

P.S.:

A proposito di critiche ai premi come “sport nazionale”, nel libro Das moderne Brettspiel del 2025, uno dei co-fondatori dello Spiel des Jahres, Tom Werneck (una vera leggenda in ambito ludico), ha persino messo in dubbio l’indipendenza dell’attuale giuria dello Spiel des Jahres, famosa per il suo costante lavoro di qualità:

“La denominazione di premio della critica chiarisce esplicitamente che si tratta dell’opinione soggettiva e individuale aggregata di singoli critici, dei quali però ce ne sono sempre meno e che vengono progressivamente sostituiti da blogger o produttori di video, i quali finanziano spesso le loro produzioni o siti web tramite pubblicità o sponsorizzazioni. Questo mette in discussione la qualità fondamentale della giuria, ovvero se essa decida ancora in modo indipendente da influenze esterne, in particolare dall’industria del gioco e dal commercio al dettaglio.”

Comunicare tramite social media (Facebook, Instagram, TikTok, X, ecc.), canali YouTube, siti e/o blog con pubblicità e/o sponsorizzazioni, solleva qualche legittima domanda sull’indipendenza d’opinione (comunque soggettiva) di qualsiasi giuria di critici. Simili dibattiti fanno parte della realtà, da sempre. Il lavoro dei giurati non è mai stato semplice né grato. Bisogna tenerne conto.