Riflessioni (quasi serie) su giochi da tavolo e sedentarietà
Ovvero: possiamo amare l’epico Twilight Imperium e anche il nostro corpo?
Diciamocelo chiaramente: chi gioca di tanto in tanto a un gioco da tavolo conosce bene la sensazione. Ti siedi alle tre del pomeriggio con un’innocente partita di Ticket to Ride, e quando rialzi la testa fuori dalla finestra il cielo è buio, la schiena protesta, e qualcuno ha già finito le carote senza dirtelo.
I giochi da tavolo sono, per definizione, una faccenda sedentaria. Il nome stesso ce lo ricorda con una brutalità lessicale quasi commovente: da tavolo. Non “da parco”, non “da sentiero di montagna”. Da ta-vo-lo.
Eppure, milioni di persone nel mondo li amano, li collezionano, li “evangelizzano” agli amici con lo stesso entusiasmo di chi ha appena scoperto una serie TV imperdibile. E hanno tutte le ragioni del mondo.
Il fascino irresistibile dello stare fermi insieme
C’è qualcosa di profondamente umano nel sedersi attorno a un tavolo con altre persone. Prima ancora che arrivassero i dadi, i tabelloni e le miniature in plastica colorata, gli esseri umani si ritrovavano attorno a fuochi, a pietre, a superfici di ogni tipo per stare insieme e condividere qualcosa.
Il gioco da tavolo contemporaneo è l’erede diretto di quella tradizione. È uno spazio fisico e temporale in cui il telefono può (dovrebbe? deve!) rimanere in tasca, gli sguardi si incrociano, ci si studia, ci si allea e si tradisce con sportività. La sedentarietà, in questo contesto, è quasi un ingrediente necessario: sedersi significa fermarsi, e fermarsi significa essere presenti.
In un’epoca in cui l’attenzione è la risorsa più scarsa e contesa, riuscire a stare concentrati su qualcosa per due, tre, quattro ore con degli amici o familiari è un piccolo miracolo sociale. Non lo sminuiamo.
Ma il corpo non dimentica
Detto questo — e detto con tutto l’affetto possibile verso la comunità ludica — il corpo umano non è stato progettato per stare fermo su una sedia per periodi prolungati. Non lo dice il vostro medico di famiglia (anche se probabilmente lo dice anche lui), lo dice l’evoluzione: siamo animali che per centinaia di migliaia di anni hanno camminato, corso, si sono abbassati e allungati. La sedia è un’invenzione recente. La schiena dritta è un’aspirazione.
La sedentarietà prolungata è associata a una serie di problemi che vanno ben oltre il “mi fa male la schiena”: circolazione rallentata, tensione muscolare, rigidità articolare, e quella particolare stanchezza fisica che paradossalmente si accumula quando non ci si muove. Il corpo si irrigidisce. Le gambe si addormentano. I polsi protestano se si gioca a qualcosa che richiede di posizionare mille tessere minuscole sul tabellone.
Nessuno sta dicendo che giocare a Pandemia vi manderà in ospedale. Ma ignorare completamente l’aspetto fisico sarebbe disonesto.
La sessione infinita: il vero nemico
Il problema non è il gioco da tavolo in sé. Il problema è la sessione infinita.
Conoscete la sessione infinita. Inizia con “facciamo una partita veloce” e finisce alle due di notte dopo aver giocato a qualcosa che sulla scatola diceva “60-90 minuti” ma che in realtà, con le regole spiegate malino, i litigi sulle regole riscoperte, le pause caffè e le crisi diplomatiche a metà partita, ha richiesto quattro ore abbondanti.
Durante la sessione infinita succedono cose. La postura peggiora progressivamente (si inizia seduti dritti, si finisce quasi sdraiati sulla sedia con un angolo lombare discutibile). Le gambe rimangono nella stessa posizione così a lungo che ci si dimentica di averle. Si mangiano cose che non si sarebbero mai mangiate in condizioni normali (magari cibi ultra-processati), per la sola ragione che sono sul tavolo (speriamo di no!) e la mano si muove automaticamente verso di esse.
La sessione infinita non è una colpa morale. È una trappola in cui cadono anche le persone più disciplinate, perché i giochi da tavolo ben progettati sono costruiti per essere coinvolgenti. È il loro scopo. È quello per cui li compriamo e li amiamo.
Qualche proposta concreta (senza diventare quel tipo di persona)
Non voglio trasformarmi nella persona che rovina le serate ludiche con consigli sul movimento fisico e gli esercizi di stretching. Non è il mio obiettivo. L’obiettivo è trovare un equilibrio che permetta di godersi il gioco e di alzarsi dal tavolo senza sembrare una marionetta i cui fili siano stati improvvisamente recisi.
Pause deliberate. Molti giochi hanno momenti naturali di pausa: tra un round e l’altro, mentre qualcuno consulta le regole, durante il setup di una nuova partita. Usateli. Alzatevi. Fate due passi. Allungate le braccia sopra la testa come se steste raggiungendo qualcosa su un ripiano alto. Non deve sembrare una sessione di yoga. Deve sembrare quello che è: un essere umano che ricorda di avere un corpo.
Il timer come alleato. Per le sessioni più lunghe, alcune persone trovano utile impostare un promemoria ogni ora. Non per interrompere il gioco, ma per ricordarsi di cambiare posizione, bere qualcosa di non zuccherato, alzarsi un momento, prendere una boccata d’aria. La mente torna al tavolo più fresca. Il corpo ringrazia.
Alternare tipologie di gioco. Il mondo ludico è vastissimo. Esistono giochi da giocare all’aperto (Kubb, Mölkky, bocce), giochi che richiedono movimento fisico, giochi da fare in piedi attorno a un tavolo alto (qualcuno ha parlato di Happy Salmon?). Non ogni sessione deve essere una maratona seduti. Variare fa bene sia al fisico che all’esperienza ludica complessiva.
Scegliere la sedia giusta. Sembra banale, ma non lo è. Giocare per tre ore su uno sgabello senza schienale o su una sedia troppo bassa per il tavolo è una ricetta per la sofferenza. Se avete una serata ludica programmata, pensate anche alla logistica della seduta. Il comfort fisico migliora anche la concentrazione e l’umore durante il gioco.
Uscire prima o dopo. La sessione ludica non deve essere l’unica attività della giornata. Una camminata prima di sedersi al tavolo, o una passeggiata dopo per smaltire la serata, è un modo semplice per bilanciare le ore statiche con un po’ di movimento. E spesso è proprio durante quelle passeggiate che si analizza la partita, si capisce dove si è sbagliato, si progettano le “vendette” future.
La compagnia è la vera medicina
C’è una cosa che i giochi da tavolo fanno che nessun tapis roulant al mondo riesce a replicare: ti mettono in contatto con altre persone in modo autentico.
La risata attorno a un tavolo, la discussione accesa su un’interpretazione di regola, la soddisfazione silenziosa di chi ha costruito la strategia perfetta, il momento in cui qualcuno dice “ma dai, ancora?!” dopo l’ennesimo colpo di scena: queste sono esperienze sociali che nutrono qualcosa che va oltre il fisico.
La salute non è solo l’assenza di dolore alla schiena. È anche sentirsi parte di qualcosa, avere relazioni, ridere, condividere tempo di qualità con le persone che si vuole bene. E i giochi da tavolo, nel loro piccolo antiquato modo di essere fisici, materiali, fatti di cartone e plastica in un’epoca di schermi, questo lo fanno ancora molto bene.
Conclusione: sediamoci, ma con cognizione di causa
I giochi da tavolo non sono il nemico della salute. Lo è la mancanza di consapevolezza con cui a volte li viviamo: le sessioni senza fine, la postura dimenticata, il movimento bandito dalla serata.
Sedersi attorno a un tavolo con delle persone care, fare qualcosa insieme che richieda pensiero, strategia, fortuna, risate e qualche sana discussione è, a suo modo, un atto di salute. Un atto di presenza. Un atto di umanità.
Basta ricordarsi, ogni tanto, di alzarsi.
Anche solo per prendere le carote prima che finiscano.
Buona sessione a tutti — e ricordate di muovervi regolarmente.
“Meno tempo si passa seduti e meglio è: stare seduti a lungo può essere dannoso per la salute.
– Stare seduti a lungo può aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, cancro e diabete di tipo 2.
Limitare o interrompere i lunghi periodi in posizione seduta facendo attività fisica di qualsiasi intensità (p. es. anche solo alzandosi) fa bene alla salute.”
(Ufficio federale della sanità pubblica, Raccomandazioni svizzere per l’attività fisica, p. 6)
“Far lavorare il corpo il più possibile, tenendosi attivi per tutta la giornata in modo costante, è un’ottima strategia per migliorare la memoria e difendere la mente dall’invecchiamento: la cosa davvero fondamentale è continuare a muoversi.
Una sequenza di studi mostra che condurre una vita sedentaria fa invecchiare il cervello più in fretta. In tarda età si atrofizzano in particolare i centri della memoria, provocando problemi di memoria e riducendo la lucidità. […] Quando io e i miei colleghi abbiamo studiato la questione, abbiamo riscontrato effetti simili in persone di trenta-quarant’anni, e questo indica che una vita sedentaria danneggia il cervello a qualsiasi età.
In generale, il termine «sedentario» qualifica una persona che partecipa a sport o attività ricreative meno di una volta a settimana o mai. Se la vostra camminata più lunga è quella che va dal divano alla macchina, o passate più tempo sdraiati (o seduti) che in piedi, è ora di darsi una mossa.
Sento che iniziate a fare dei distinguo. Ma se non ho mai fatto movimento in tutta la mia vita? Ma sono troppo fuori forma, davvero! Mi fanno male le ginocchia, la schiena, ho il cuore debole! Come faccio?
La saggezza popolare dice il vero: non è mai troppo tardi per cambiare. Studi clinici mostrano che il semplice atto di camminare può rallentare la perdita di tessuto cerebrale nel giro di un solo anno. E non importa che i partecipanti siano abituati o meno a fare moto.”
(Lisa Mosconi, Nutrire il cervello, Mondadori, p. 151)
