Rotterdam e quella voglia di giocare a…

Qualche settimana fa ero su un battello turistico, con una borraccia d’acqua in mano, quando ho smesso di contare le gru. Non perché avessi perso interesse, ma perché a un certo punto non ha più senso: a Rotterdam le gru continuano a comparire all’orizzonte anche quando sei convinto di aver visto tutto il porto, e questo dopo quaranta minuti di navigazione a velocità turistica. Dove finisse il porto e dove cominciasse il mare del Nord, onestamente, non l’ho mai capito del tutto.

Un porto grande quanto una città

Il porto di Rotterdam non è “un porto grande”. È un porto che, semplicemente, smette di avere le proporzioni a cui siamo abituati. Si estende per circa 40 chilometri lungo le acque del Reno, che nasce da noi in Svizzera, anche se nei Paesi Bassi porta un altro nome, fino al Mare del Nord, occupando un’area di oltre 12’600 ettari, distribuiti su cinque zone portuali e diverse piattaforme industriali, tra cui l’imponente Europoort e la Maasvlakte, letteralmente “guadagnata” al mare riempiendo di sabbia il fondale.

E qui arriva il numero che fa davvero impressione, quello buono per stupire gli amici al bar: 12’600 ettari equivalgono a circa 17’000 campi da calcio. Diciassettemila. Non uno stadio, non un quartiere: un’area calcistica grande quanto una città, dove al posto delle porte e del prato ci sono container impilati per chilometri, petroliere, nastri trasportatori e navi porta-container lunghe quanto tre campi da calcio messi in fila.

Fino al 2004 è stato il porto più trafficato del mondo; oggi resta saldamente il più grande d’Europa e tra i primi al mondo per merci movimentate, superato ad esempio da Shanghai e Singapore. Ogni anno vi transitano decine di migliaia di navi oceaniche e centinaia di migliaia di natanti fluviali. Guardarlo dal vivo, da una delle gite in battello proposte ai turisti, restituisce una sensazione strana: è industriale e spettacolare allo stesso tempo, quasi ipnotico nella sua ripetizione di forme geometriche a perdita d’occhio.

Voglia di documentari (e di giochi)

Tornato a casa con questa immagine ancora negli occhi, la reazione più naturale è stata cercare qualcosa che raccontasse tutto questo con più calma. Ho recuperato Navi Cargo, il documentario della serie Grandi Doc della RSI (Radio-televisione della Svizzera Italiana), che ripercorre proprio il mondo del trasporto marittimo su larga scala: un buon modo per capire cosa succede davvero dentro quelle migliaia di container colorati che si vedono impilati dal molo, e quanto lavoro (umano e automatizzato) ci sia dietro ogni nave che parte o arriva.

Ed è impossibile, dopo un’esperienza del genere, non pensare anche al versante ludico della faccenda. Chi ama i giochi da tavolo probabilmente conosce già Container, il gestionale a tema portuale uscito nel 2007 e diventato negli anni un piccolo classico di nicchia per gli appassionati di economia simulata: si comprano materie prime, si producono merci, si caricano container sulle navi e si specula sul mercato, in un meccanismo dove il vero avversario non è il tabellone ma l’imprevedibilità degli altri giocatori. Dopo essere stato ristampato in un’edizione speciale, è tornato di recente in una versione più compatta, riportando sul tavolo proprio quella logica fatta di moli, gru e speculazione commerciale che a Rotterdam si respira dal vivo, container dopo container.