Il mistero di Anthony Uruburu e le autrici dimenticate degli anni ’80

C’è un nome, citato come autore di un gioco nella versione tedesca del 1984, che da quarant’anni fa impazzire gli appassionati di giochi da tavolo: Anthony Uruburu.

Provate a cercarlo. Non troverete un’intervista, una fotografia, un’altra opera firmata da lui. Eppure quel nome è lì, come autore ufficiale di uno dei giochi più importanti mai pubblicati: Sherlock Holmes Criminal-Cabinet, Spiel des Jahres, il “gioco dell’anno” tedesco, il premio più prestigioso del settore, nel 1985. Un signore che vince il premio più ambito del mondo ludico e poi, semplicemente, non si fa vivo, sparisce nel nulla. Come se non fosse mai esistito.

Ed è proprio questo il punto: forse non è realmente mai esistito!

Un autore che forse non c’è mai stato

Ce lo racconta, con la consueta pignoleria, la voce tedesca di Wikipedia dedicata al caso: non si sa se dietro il nome Anthony Uruburu si celi davvero una persona in carne e ossa, oppure se si tratti di uno pseudonimo inventato a tavolino dall’editore Kosmos. Il curatore della retrospettiva ufficiale dello Spiel des Jahres racconta che a suo tempo qualcuno, presentatosi con quel nome, si sarebbe effettivamente materializzato presso la casa editrice al momento della firma del contratto, per poi non ripresentarsi mai più, nemmeno alla cerimonia di premiazione, dove ci si aspetterebbe un vincitore in carne e ossa a ritirare il riconoscimento.

Come se non bastasse, a rendere la faccenda ancora più misteriosa, “Anthony Uruburu” è anche il nome di un personaggio che compare dentro il gioco stesso, nel Caso 5, “La Maledizione della Mummia” (nelle nuove edizioni del gioco è il Caso 6), un cortocircuito degno delle migliori storie di Arthur Conan Doyle, dove l’autore e un personaggio del suo stesso gioco condividono lo stesso nome.

Un giallo nel giallo, insomma.

La vera storia: una coppia, un’illustratore, e un’idea geniale

Il gioco tedesco del 1984 non era un’opera originale: era la localizzazione di un titolo americano uscito qualche anno prima, nel 1981-82, con il nome Sherlock Holmes: Consulting Detective, pubblicato da una piccola casa editrice indipendente della zona di San Francisco, Sleuth Publications. I suoi autori erano due (più Raymond Edwards, che fu in gran parte responsabile della realizzazione della mappa; la realizzò meticolosamente a mano): Gary Grady e Suzanne Goldberg, in seguito marito e moglie. Un giorno decisero di creare un gioco investigativo su Holmes senza precedenti: niente dadi, niente plancia labirintica, solo una mappa di Londra, un finto giornale d’epoca e la richiesta, ai giocatori, di pensare davvero come investigatori.

Quando Kosmos portò il gioco in Germania, il lavoro di traduzione e adattamento fu affidato alla traduttrice Leonore Puschert. Ma nei crediti dell’edizione tedesca il suo nome non comparve da alcuna parte. Fu l’editore stesso che decise di indicare come autore quell'”Anthony Uruburu” mai più risentito, come conferma la stessa retrospettiva ufficiale dello Spiel des Jahres. Il risultato fu che tanto i tre veri creatori del gioco – compresa Suzanne Goldberg, che di quella squadra faceva parte a pieno titolo – quanto Leonore Puschert, che quell’edizione l’aveva materialmente tradotta e adattata, sparirono dai crediti del titolo che avrebbe vinto il premio più importante d’Europa, sostituiti da un nome di fantasia scelto dalla casa editrice.

Suzanne Goldberg, va detto, è riapparsa nella storia del gioco: di recente, dopo più di 40 anni, ha partecipato a un’intervista organizzata da Dave Neale per raccontare la genesi di Sherlock Holmes: Consulting Detective e il suo impatto nel settore. Una testimonianza davvero preziosa. Suo marito Gary, purtroppo, è morto nel 2004, e di Ray non ha più informazioni dal 1989.

Perché questo gioco ha cambiato tutto

Se oggi Sherlock Holmes Consulente Investigativo vi suona familiare, è perché è tornato prepotentemente sugli scaffali: prima con l’editore francese Ystari, che lo ha ristampato a partire dal 2011, poi su scala internazionale con Space Cowboys/Asmodee, con nuove scatole di casi (Jack lo Squartatore, Gli Irregolari di Baker Street, ecc.). È uno dei pochissimi titoli nati negli anni ’80 a essere stato ripubblicato con questo successo a distanza di oltre trent’anni, continuando a vendere e a conquistare nuovi giocatori.

Ma il suo contributo più grande è genetico: Sherlock Holmes: Consulting Detective ha portato alla ribalta di fatto il genere dei giochi da tavolo narrativi cooperativi, quelli in cui la storia è il vero motore dell’esperienza. Da quel seme sono germogliati, decenni dopo, titoli come Chronicles of Crime, Detective: sulla scena del crimine e T.I.M.E Stories (con anch’esso un’autrice donna: Peggy Chassenet), tutta una famiglia di giochi che mescolano narrazione, deduzione e meccaniche sempre più sofisticate. Difficile immaginare quel genere senza il lavoro di Grady e Goldberg – e senza il coraggio editoriale di pubblicare, nel 1981, un gioco che assomigliava più a un romanzo interattivo che a un gioco da tavolo tradizionale.

1983: un altro anno d’oro, un’altra autrice rimasta in ombra

Restando negli stessi anni, c’è un altro capolavoro che merita la stessa attenzione: Scotland Yard, Spiel des Jahres nel 1983, l’anno prima di Sherlock Holmes Consulente Investigativo. Qui la squadra era numerosa: sei autori – Manfred Burggraf, Dorothy Garrels, Wolf Hörmann, Fritz Ifland, Werner Scheerer e Werner Schlegel – che nel giro di nove mesi trasformarono un prototipo dal nome provvisorio “Manhattan” in uno dei giochi a movimento nascosto più influenti di sempre, con la sua caccia asimmetrica e cooperativa a Mister X per le strade di Londra.

Dorothy Garrels è passata alla storia come la prima donna a vincere lo Spiel des Jahres. Eppure, a differenza dei suoi colleghi, il suo contributo specifico al design del gioco resta oggi quasi del tutto privo di documentazione: nessuna intervista approfondita, nessun racconto del suo ruolo preciso nella squadra. Un altro caso in cui il nome resta, ma la storia dietro quel nome si è persa purtroppo per strada.

Anche Scotland Yard ha reso celebre un intero filone: quello dei giochi a movimento nascosto e inseguimento asimmetrico, che negli anni successivi ha dato vita a titoli come Lettere da Whitechapel e Fury of Dracula, la stessa idea di base, rivestita ogni volta di un’ambientazione diversa.

Jenga: quando il target si abbassa, ma il genio resta lo stesso

Chiudiamo con un titolo apparentemente più leggero, pensato per un pubblico più ampio e più giovane, ma altrettanto rivoluzionario a modo suo: Jenga. Il gioco delle torri di legno che crollano nasce da un’infanzia passata in Africa: la sua autrice, Leslie Scott, nata in Tanzania e cresciuta tra Kenya, Uganda, Sierra Leone e Ghana, costruì da bambina un gioco casalingo con degli scarti di legno di una segheria di Takoradi, in Ghana. Quel gioco di famiglia, portato con sé a Oxford, diventò negli anni un piccolo rituale tra amici, finché Scott non decise di trasformarlo in un prodotto vero e proprio, battezzandolo con la parola swahili jenga, che significa “costruire”.

Lo lanciò da sola, attraverso la sua azienda Leslie Scott Associates, al London Toy Fair del gennaio 1983, un ambiente notoriamente dominato da uomini, in cui il gioco non ebbe affatto un’accoglienza immediata. Ci vollero anni e parecchia testardaggine (incluso il rifiuto di cambiare il nome “Jenga”, che ai distributori sembrava privo di senso) prima che il gioco arrivasse, tramite licenza, a Hasbro nel 1986, diventando uno dei giochi più venduti e più conosciuti al mondo.

Jenga non ha inventato un genere narrativo, ma ha fatto qualcosa di altrettanto prezioso: ha dimostrato che un gioco quasi senza regole, fatto di sola tensione fisica e polso fermo, può reggere quarant’anni di partite. Ancora oggi resta uno strumento educativo di prim’ordine per allenare la motricità fine nei bambini piccoli, semplice da spiegare in trenta secondi, difficile da abbandonare una volta iniziato.

Tre giochi, tre autrici, una storia da riscrivere

Mettendoli in fila, questi tre titoli raccontano una traiettoria curiosa. Sherlock Holmes Consulente Investigativo ha reso celebre il gioco narrativo cooperativo. Scotland Yard ha inventato l’inseguimento asimmetrico cooperativo. Jenga ha perfezionato il party game fisico universale. Tre pilastri della ludoteca moderna, tutti nati nella stessa manciata di anni, e in ognuno di essi, da qualche parte nei crediti (o fuori da essi), c’è una donna: Suzanne Goldberg, cancellata in Germania da uno pseudonimo inventato; Dorothy Garrels, prima vincitrice donna dello Spiel des Jahres ma quasi invisibile nelle fonti; Leslie Scott, che il suo nome è riuscita a tenerselo stretto, ma solo a forza di testardaggine, in una fiera del gioco che non la voleva ascoltare.

Non è un caso isolato, è probabilmente solo la punta di un iceberg molto più grande fatto di co-designer, illustratrici, editor e sviluppatrici il cui lavoro, negli anni ’80 come oggi, fatica più spesso a restare scritto sulla scatola. La prossima volta che aprite uno di questi giochi per una partita, vale la pena ricordarselo: dietro Mister X, dietro i Baker Street Irregulars, dietro ogni torre di Jenga che crolla tra le risate e la disperazione, ci sono anche storie di donne che il gioco l’hanno inventato, e che meritano di essere raccontate tanto quanto le regole che hanno scritto.

Fonti e approfondimenti: