Vi è mai capitato, mentre piazzavate coloni su un’isola esotica in un eurogame o ottimizzavate la produzione di zucchero in una lontana colonia, di chiedervi: “Ma gli abitanti di questa terra che fine hanno fatto?”. Se la risposta è sì, siete già entrati nel territorio dei Postcolonial Game Studies (per capire cosa sono gli Studi Postcoloniali, vedasi ad esempio qua), un campo che sta cambiando radicalmente il modo in cui guardiamo la nostra collezione di giochi.
Oggi approfondiremo il volume “Heritage, Memory and Identity in Postcolonial Board Games”, a cura di Michal Mochocki. Non è solo un libro accademico: è una mappa per capire come i nostri giochi preferiti manipolano la storia, la memoria e la nostra stessa identità di giocatori.
Il passato: quando la violenza diventa “efficienza”
Come spiega Mochocki nel capitolo introduttivo, per anni i giochi da tavolo hanno “pulito” la storia. Titoli classici come Puerto Rico, Goa o Navegador sono stati analizzati per la loro tendenza ad astrarre la realtà coloniale. In questi giochi, le popolazioni indigene sono spesso invisibili o ridotte a semplici “dischi” di legno (i cosiddetti colonist) che servono solo ad attivare edifici. La violenza storica, lo schiavismo e l’espropriazione vengono trasformati in meccaniche di efficienza economica.
Persino un pilastro storico come I Coloni di Catan (rinominato negli anni in Catan e basta) è finito sotto la lente d’ingrandimento: il gioco è stato accusato di rappresentare il “colonialismo d’insediamento” (settler colonialism), suggerendo l’idea di una terra vergine e pronta per essere occupata, cancellando simbolicamente la presenza di chi in quelle terre viveva già.
La svolta dei wargames: la questione COIN
Uno dei contributi interessanti del libro riguarda l’evoluzione dei wargames, analizzata da Alonge e Fassone, studiosi italiani. Per decenni, i wargames tradizionali (i classici hex-and-counter) hanno ignorato le lotte di liberazione, concentrandosi solo su grandi battaglie simmetriche.
Molto è cambiato con la serie COIN (Counter Insurgency) della GMT Games. Questi giochi rappresentano una vera rottura postcoloniale perché:
- Asimmetria totale: non ci sono più due eserciti uguali. In titoli come Andean Abyss o Colonial Twilight, ogni fazione (governi, guerriglieri, cartelli) ha obiettivi, risorse e azioni completamente diversi.
- Politica vs militare: la vittoria non si ottiene solo distruggendo il nemico, ma gestendo il supporto della popolazione o la volontà politica.
- L’agenzia dei colonizzati: finalmente, i popoli che lottano contro il potere coloniale non sono più ostacoli passivi gestiti dal sistema, ma fazioni attive guidate dai giocatori, con le proprie strategie e la propria “voce”.
Tuttavia, anche i COIN non sono immuni da critiche: spesso riducono la popolazione civile a una mera “risorsa” numerica da spostare o manipolare, rischiando di replicare la logica cinica del potere che vorrebbero simulare.
Il presente: tra resistenza e nostalgia imperiale
Il libro esplora casi studio che toccano da vicino i successi degli ultimi anni:
- Spirit Island: è il manifesto del design anti-coloniale. Qui i giocatori sono spiriti che cacciano gli invasori. Ma attenzione: alcuni studiosi notano che, per vincere, i giocatori finiscono spesso per usare tattiche di distruzione simili a quelle dei colonizzatori, sollevando il dilemma se sia possibile sconfiggere il colonialismo usando i suoi stessi strumenti.
- Brazil: Imperial: un gioco interessante che però, secondo i ricercatori Falcão e Carneiro, soffre di “nostalgia imperiale”. Glorifica l’epoca dell’Impero brasiliano come un periodo d’oro e di progresso, “sterilizzando” la storia dalle piaghe della schiavitù e dello sterminio dei nativi.
- Il caso “Afrikan tähti”: un classico finlandese nato nel 1951. Recentemente è diventato un “patrimonio contestato”: ciò che per generazioni di finlandesi era un innocente gioco d’infanzia, oggi è visto come un concentrato di stereotipi razzisti e coloniali, scatenando accesi dibattiti sulla “cancel culture”.
Il futuro: possiamo giocare in modo diverso?
Cosa suggeriscono Mochocki et al. per il futuro? La sfida per i designer e per noi giocatori è colmare il divario tra intento ed esecuzione. Non basta cambiare il tema, bisogna cambiare le logiche interne.
Il futuro appartiene a giochi che danno agency strategica ai gruppi emarginati e che non temono di affrontare i “traumi storici” in modo critico, invece di nasconderli dietro cubetti di legno colorati. Iniziative come lo Zenobia Award stanno già portando alla ribalta nuovi autori che raccontano la storia da prospettive mai viste prima sul tavolo da gioco.
In conclusione
Giocare è un atto culturale potente. Ogni volta che apriamo una scatola, decidiamo quale storia vogliamo “vivere”. Libri come quello a cura di Mochocki non servono a farci sentire in colpa, ma a renderci giocatori più consapevoli. La prossima volta che sceglierete un gioco, guardate oltre il tabellone: potreste scoprire che la partita più importante si gioca proprio sulla memoria e sull’identità.
Fonti:
- Michal Mochocki (A cura di), Heritage, memory and identity in postcolonial board games, Routledge, 2024
- Zenobia Award: questo premio – nato nel 2021 – rappresenta un passo concreto verso la decolonizzazione del gioco da tavolo, fornendo voce e agenzia a chi è stato spesso escluso dalle narrazioni ludiche tradizionali
